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⚖️ Normative e responsabilità

Abbandono, maltrattamento e tutela giuridica degli animali

Proteggere un animale significa anche sapere riconoscere quando la legge viene violata e utilizzare correttamente gli strumenti previsti per intervenire

AdottaCuccioli.it · Aggiornato il 13/09/2026 · 12 min di lettura

#legge
Abbandono, maltrattamento e tutela giuridica degli animali

Abbandono e maltrattamento degli animali non sono soltanto comportamenti moralmente inaccettabili. In Italia possono costituire reati, disciplinati dal Codice penale.

Negli ultimi anni la tutela penale è stata inoltre rafforzata. Un passaggio particolarmente importante è la Legge 6 giugno 2025, n. 82, entrata in vigore il 1° luglio 2025, che ha modificato diverse disposizioni del Codice penale e del Codice di procedura penale in materia di reati contro gli animali.

Per questo dobbiamo fare attenzione anche alle informazioni che troviamo online: articoli, post e vecchie guide possono riportare pene precedenti alla riforma del 2025.

C'è poi un'altra distinzione fondamentale. Nel linguaggio comune utilizziamo spesso la parola “maltrattamento” per descrivere qualsiasi situazione nella quale un animale viene gestito male. Giuridicamente, invece, occorre distinguere tra diverse fattispecie: maltrattamento di animali, abbandono, detenzione in condizioni incompatibili con la loro natura, uccisione e altri reati specifici.

Non spetta al cittadino attribuire definitivamente una qualificazione penale ai fatti: questo compito appartiene agli organi competenti e all'autorità giudiziaria.

Il nostro compito è diverso ma altrettanto importante:

riconoscere una situazione potenzialmente grave, raccogliere informazioni senza metterci in pericolo e segnalarla correttamente.

1. La legge italiana protegge gli animali

La tutela degli animali non nasce da una singola disposizione.

Già la Legge quadro 14 agosto 1991, n. 281 afferma che lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali d'affezione e condanna gli atti di crudeltà, i maltrattamenti e l'abbandono.

Nel 2004 la Legge n. 189 ha introdotto nel Codice penale un apposito titolo dedicato ai delitti contro gli animali e ha disciplinato, tra le altre cose, uccisione, maltrattamento, spettacoli vietati e combattimenti.

La riforma del 2025 ha ulteriormente modificato e rafforzato questa disciplina.

La protezione degli animali è quindi parte dell'ordinamento giuridico italiano e non dipende soltanto dalla sensibilità individuale.

2. Abbandonare un animale è un reato

L'articolo 727 del Codice penale punisce chi abbandona animali domestici o animali che abbiano acquisito abitudini della cattività.

Dopo la riforma del 2025, la pena prevista è l'arresto fino a un anno oppure l'ammenda da 5.000 a 10.000 euro.

Questo dato è importante perché molte pagine Internet riportano ancora il precedente limite minimo dell'ammenda.

La legge non considera quindi l'abbandono una semplice irresponsabilità privata.

Abbandonare un animale può avere conseguenze penali.

3. Abbandonare non significa soltanto lasciarlo sul ciglio di una strada

L'immagine più immediata è quella del cane fatto scendere dall'automobile e lasciato sulla strada.

Ma non dobbiamo trasformare quell'esempio nella definizione completa del reato.

Ciò che conta è la condotta concretamente realizzata e la sua riconducibilità alla fattispecie prevista dalla legge.

Può quindi essere giuridicamente rilevante una situazione di abbandono anche quando non corrisponde alla scena classica dell'animale lasciato accanto all'autostrada.

La valutazione dipende però dai fatti specifici.

Non è il luogo a definire da solo l'abbandono: conta ciò che concretamente viene fatto all'animale.

4. L'abbandono su strada è oggi considerato ancora più gravemente

La riforma del 2025 ha introdotto una previsione specifica.

Quando l'abbandono previsto dall'articolo 727 avviene su una strada o nelle relative pertinenze, la pena è aumentata di un terzo.

La modifica riconosce anche l'ulteriore pericolo che una simile condotta può determinare: un animale improvvisamente lasciato sulla carreggiata o nelle sue vicinanze può mettere in pericolo sé stesso, gli automobilisti e altre persone.

Abbandonare sulla strada può trasformare una condotta già penalmente rilevante in una situazione ancora più pericolosa.

5. Se per abbandonare l'animale viene utilizzato un veicolo possono esserci conseguenze sulla patente

Anche questa è una novità introdotta nel 2025.

L'articolo 727 prevede che, quando viene accertato l'abbandono disciplinato dal primo comma e il fatto è commesso mediante l'uso di un veicolo, consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno.

È un elemento importante perché mostra come il legislatore abbia voluto intervenire specificamente anche sul fenomeno dell'abbandono realizzato attraverso un'automobile.

Le conseguenze possono quindi riguardare non soltanto la responsabilità penale, ma anche la possibilità di guidare.

6. Maltrattamento e abbandono sono fattispecie diverse

Nel linguaggio quotidiano possiamo dire:

“Quel cane è stato maltrattato perché è stato abbandonato.”

Come valutazione comune è comprensibile.

Sul piano giuridico, però, articolo 544-ter e articolo 727 disciplinano fattispecie differenti.

L'articolo 544-ter riguarda il maltrattamento di animali.

L'articolo 727 disciplina l'abbandono e, nel secondo comma, la detenzione in determinate condizioni incompatibili con la natura dell'animale.

La condotta concreta deve quindi essere esaminata alla luce della norma applicabile.

Non utilizziamo “abbandono” e “maltrattamento” come se fossero la stessa definizione giuridica.

7. Cosa prevede oggi il reato di maltrattamento

L'articolo 544-ter del Codice penale, nel testo modificato dalla Legge n. 82/2025, punisce chi, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione a un animale oppure lo sottopone a sevizie o a comportamenti, fatiche o lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche.

La disposizione riguarda inoltre la somministrazione agli animali di sostanze stupefacenti o vietate e i trattamenti che procurano un danno alla loro salute.

Non si tratta quindi soltanto della violenza fisica evidente che tutti immaginiamo quando sentiamo la parola “maltrattamento”.

La legge considera anche comportamenti e trattamenti incompatibili con la tutela dell'integrità e della salute dell'animale.

8. Le pene per il maltrattamento sono state aumentate

La riforma del 2025 ha modificato sensibilmente le conseguenze previste dall'articolo 544-ter.

Attualmente il maltrattamento disciplinato dalla disposizione è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro.

È importante sottolineare la congiunzione utilizzata dalla norma: nel testo vigente sono previste reclusione e multa.

Se dai fatti contemplati dalla disposizione deriva la morte dell'animale, la pena è aumentata della metà.

Quando consultiamo informazioni sulle pene, controlliamo sempre che siano successive alla riforma entrata in vigore nel luglio 2025.

9. Anche l'uccisione di un animale è specificamente disciplinata

L'articolo 544-bis riguarda l'uccisione di animali.

Dopo la riforma, chi per crudeltà o senza necessità cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 5.000 a 30.000 euro.

La legge prevede inoltre un trattamento più severo quando il fatto viene commesso mediante sevizie o prolungando volutamente le sofferenze dell'animale: in tale ipotesi la pena indicata dalla disposizione è la reclusione da uno a quattro anni e la multa da 10.000 a 60.000 euro.

La morte dell'animale non è quindi trattata come una semplice conseguenza patrimoniale della perdita di un bene.

10. Anche le condizioni nelle quali un animale viene detenuto possono avere rilevanza penale

Uno degli errori più frequenti consiste nel pensare:

“Se nessuno lo picchia, non può esserci un reato.”

Non è così semplice.

Il secondo comma dell'articolo 727 punisce anche chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.

La norma richiede quindi elementi precisi: non basta che a noi una sistemazione sembri poco gradevole.

Occorre valutare concretamente le condizioni dell'animale e le conseguenze che producono.

La tutela penale non riguarda soltanto ciò che viene fatto direttamente all'animale, ma può riguardare anche le condizioni nelle quali viene costretto a vivere.

11. Una situazione che ci sembra sbagliata non è automaticamente un reato

Questo principio è fondamentale per una guida seria.

Possiamo osservare un cane in un giardino e ritenere che dovrebbe vivere diversamente.

Possiamo non condividere il modo nel quale una persona gestisce il proprio gatto.

Ma la nostra disapprovazione personale non basta per affermare pubblicamente che qualcuno stia commettendo un reato.

Esistono norme penali, amministrative, sanitarie e locali differenti, e la qualificazione di un fatto richiede l'accertamento delle circostanze concrete.

Questo non significa ignorare i sospetti.

Significa segnalare ciò che abbiamo realmente osservato senza trasformarci contemporaneamente in investigatori, giudici e tribunale.

12. Cosa fare se assistiamo a un possibile maltrattamento

Se l'animale si trova in pericolo immediato o è in corso una situazione che richiede un intervento urgente delle forze dell'ordine, possiamo contattare il 112.

Negli altri casi è possibile rivolgersi alle autorità competenti e ai servizi territoriali affinché la situazione venga verificata.

Il Ministero della Salute indica inoltre che il proprio ufficio competente per la tutela degli animali raccoglie segnalazioni provenienti da cittadini e associazioni e approfondisce i casi in collaborazione con organi sanitari territoriali, Regioni, aziende sanitarie e associazioni; quando necessario opera anche in sinergia con i Carabinieri NAS.

Davanti a una situazione potenzialmente grave, l'obiettivo non è discutere con il responsabile: è fare arrivare informazioni utilizzabili a chi può intervenire.

13. Una buona segnalazione deve descrivere fatti, non soltanto impressioni

Dire:

“Secondo me trattano male quel cane”

fornisce poche informazioni.

È molto più utile spiegare:

dove si trova l'animale;

quando abbiamo osservato la situazione;

cosa abbiamo visto concretamente;

se la situazione si ripete;

se l'animale appare ferito o in pericolo;

se esistono fotografie, video o altri elementi ottenuti legittimamente e in sicurezza;

se altre persone hanno assistito agli stessi fatti.

Evitiamo invece di modificare o drammatizzare ciò che abbiamo osservato per rendere la segnalazione apparentemente più convincente.

Una descrizione precisa vale più di un'accusa generica.

14. Fotografie e video possono essere utili, ma non dobbiamo metterci in pericolo

Se possiamo documentare una situazione lecitamente e senza esporci a rischi, immagini e video possono contribuire a descrivere ciò che abbiamo osservato.

Ma raccogliere prove non significa poter fare qualsiasi cosa.

Non entriamo abusivamente in proprietà private.

Non affrontiamo persone potenzialmente violente.

Non provochiamo una situazione per ottenere immagini più impressionanti.

Non sottraiamo autonomamente un animale soltanto perché riteniamo di stare facendo la cosa giusta.

Se esiste un'emergenza, coinvolgiamo immediatamente chi ha il potere di intervenire.

Documentare serve a facilitare un accertamento, non a sostituirsi alle autorità.

15. Non improvvisiamo un “sequestro” dell'animale

Davanti a condizioni molto brutte può nascere spontaneamente il pensiero:

“Entro e me lo porto via.”

È comprensibile emotivamente, ma può creare ulteriori problemi e, in alcune circostanze, mettere in pericolo sia noi sia l'animale.

Il sequestro è uno strumento giuridico che deve essere adottato nell'ambito delle procedure previste.

Il Ministero della Salute ricorda inoltre che gli animali sequestrati o confiscati nell'ambito dei procedimenti per reati contro gli animali possono essere successivamente affidati secondo specifiche procedure.

Proteggere un animale significa anche utilizzare strumenti che rendano la protezione giuridicamente efficace.

16. Se l'animale è in pericolo immediato, la priorità cambia

Una situazione urgente è diversa da una condizione che richiede un accertamento programmabile.

Un animale gravemente ferito, sottoposto in quel momento a violenza o esposto a un pericolo immediato richiede una risposta tempestiva.

In questi casi contattiamo immediatamente i servizi di emergenza o le forze dell'ordine competenti e forniamo indicazioni precise sulla posizione e su ciò che sta accadendo.

Se possiamo restare nelle vicinanze senza correre rischi, possiamo facilitare l'individuazione del luogo.

Urgenza significa accelerare l'intervento competente, non esporsi inutilmente al pericolo.

17. Non utilizziamo i social come sostituto di una segnalazione

Pubblicare una fotografia e scrivere:

“Guardate cosa fanno a questo cane!”

può generare centinaia di commenti.

Ma cento commenti non equivalgono a un accertamento.

Inoltre una pubblicazione impulsiva può diffondere informazioni inesatte, identificare persone senza che i fatti siano stati verificati e creare una pressione che non necessariamente aiuta l'animale.

Se possediamo elementi seri, utilizziamoli innanzitutto per una segnalazione appropriata.

L'obiettivo non deve essere rendere virale il caso: deve essere permettere a qualcuno di verificarlo e, quando necessario, intervenire.

18. Le associazioni possono essere un supporto importante, ma non sostituiscono automaticamente le autorità

Associazioni e volontari esperti possono conoscere bene il territorio, aiutare a documentare una situazione, orientare il cittadino e collaborare con gli organi competenti.

Il Ministero stesso riferisce di collaborazioni con associazioni di protezione animale nell'approfondimento delle segnalazioni.

Ma dobbiamo distinguere il supporto associativo dall'esercizio dei poteri pubblici.

Un'associazione non acquisisce automaticamente, per il semplice fatto di occuparsi di animali, gli stessi poteri di una forza di polizia o dell'autorità giudiziaria.

Collaborare è utile; confondere ruoli e competenze no.

19. Anche chi non è proprietario può commettere un reato contro un animale

Un'altra convinzione sbagliata è:

“Può essere accusato soltanto il proprietario.”

L'articolo 544-ter utilizza il termine “chiunque”.

Ciò significa che la fattispecie di maltrattamento non è costruita esclusivamente intorno alla figura del proprietario.

Anche una persona che non possiede l'animale può quindi realizzare una condotta penalmente rilevante se ricorrono gli elementi previsti dalla norma.

La protezione penale segue l'animale e la condotta subita, non soltanto il rapporto formale di proprietà.

20. Le conseguenze possono comprendere anche confisca e altri provvedimenti

La disciplina non si limita necessariamente alla pena principale.

Il Ministero della Salute ricorda che, in caso di condanna per determinati delitti contro gli animali, è prevista la confisca dell'animale, salvo che appartenga a una persona estranea al reato.

Per chi svolge attività professionali legate a trasporto, commercio o allevamento possono inoltre essere previste specifiche pene accessorie nei casi stabiliti dalla legge.

Anche per la detenzione penalmente illecita contemplata dall'articolo 727 possono entrare in gioco strumenti di confisca secondo la disciplina richiamata dal Ministero.

L'ordinamento può quindi intervenire non soltanto punendo la condotta, ma anche sottraendo l'animale alla situazione illecita.

21. Abbandono e randagismo sono fenomeni strettamente collegati

Un animale abbandonato non scompare semplicemente dalla responsabilità di chi lo aveva con sé.

Può diventare un animale vagante.

Può essere investito.

Può provocare incidenti.

Può avere bisogno di soccorso veterinario.

Può entrare nel sistema pubblico di recupero e gestione degli animali vaganti.

La lotta all'abbandono è quindi collegata anche alla prevenzione del randagismo, uno degli obiettivi indicati dal Ministero della Salute nelle proprie attività di tutela degli animali d'affezione.

Abbandonare significa trasferire sull'animale e sulla collettività le conseguenze di una decisione irresponsabile.

22. Se non possiamo più occuparci dell'animale, abbandonarlo non è una soluzione

La vita può cambiare.

Problemi economici, familiari, abitativi o personali possono rendere molto difficile continuare a occuparsi di un animale.

Ignorare queste difficoltà non aiuta nessuno.

Ma una situazione difficile non deve trasformarsi automaticamente nell'abbandono.

Prima che la situazione diventi ingestibile, cerchiamo soluzioni attraverso persone affidabili, associazioni, strutture e procedure di cessione o affidamento applicabili.

Nella prossima guida approfondiremo proprio adozione, affidamento e cessione di un cane o di un gatto.

Chiedere aiuto prima di arrivare all'abbandono è una scelta di responsabilità.

23. La tutela degli animali dipende anche dalla capacità di riconoscere le situazioni reali

Dobbiamo evitare due estremi.

Il primo è l'indifferenza:

“Non è il mio animale, non mi riguarda.”

Il secondo è accusare immediatamente qualcuno di un reato sulla base di un'impressione o di pochi secondi di osservazione.

La strada corretta è più rigorosa.

Osservare.

Raccogliere informazioni attendibili.

Valutare l'urgenza.

Segnalare.

Lasciare che chi possiede competenze e poteri adeguati verifichi i fatti.

Una comunità che protegge gli animali non è quella che accusa di più: è quella che sa intervenire meglio.

24. La legge è uno strumento, ma la prevenzione viene prima

Le norme penali intervengono quando una determinata soglia è già stata superata.

La vera tutela dovrebbe cominciare molto prima.

Informazione.

Adozioni consapevoli.

Sterilizzazione quando appropriata e valutata con il veterinario.

Identificazione.

Gestione responsabile.

Supporto alle persone che attraversano difficoltà.

Controllo del territorio.

Educazione al rispetto degli animali fin dall'infanzia.

Collaborazione tra cittadini, veterinari, istituzioni e associazioni.

Il diritto è indispensabile quando qualcuno viola le regole.

Ma una società realmente responsabile dovrebbe lavorare affinché sempre meno animali abbiano bisogno che il diritto intervenga dopo che hanno già sofferto.

Prima di chiederti “È davvero maltrattamento?”, chiediti prima cosa hai osservato e cosa puoi fare concretamente

Se assisti a una situazione sospetta, non ignorarla.

Ma non sentirti nemmeno obbligato a stabilire personalmente quale reato sia stato commesso.

Osserva i fatti.

Annota luogo, data e circostanze.

Se puoi farlo legalmente e senza rischi, conserva eventuali elementi utili.

Se esiste un pericolo immediato, contatta tempestivamente le forze dell'ordine attraverso i canali di emergenza appropriati.

Negli altri casi utilizza i canali istituzionali e territoriali competenti.

Non entrare abusivamente in proprietà private.

Non affrontare persone pericolose.

Non sottrarre autonomamente l'animale.

Non utilizzare i social come tribunale.

E soprattutto ricorda che la legislazione è cambiata recentemente: la Legge n. 82 del 2025, in vigore dal 1° luglio 2025, ha rafforzato sensibilmente la disciplina dei reati contro gli animali.

Oggi l'articolo 727 punisce l'abbandono con arresto fino a un anno o ammenda da 5.000 a 10.000 euro e prevede un aumento della pena quando il fatto avviene su strada o nelle relative pertinenze.

L'articolo 544-ter punisce invece il maltrattamento, nei casi previsti dalla norma, con reclusione da sei mesi a due anni e multa da 5.000 a 30.000 euro.

Sono fattispecie differenti, ed è importante trattarle come tali.

Proteggere un animale significa anche sapere riconoscere quando i suoi diritti vengono violati e utilizzare gli strumenti previsti dalla legge per intervenire: segnalare correttamente può trasformare un sospetto in una tutela concreta.

❤️ Non voltarsi dall'altra parte può salvare un animale. Farlo nel modo corretto può permettere alla legge di proteggerlo davvero.

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